C’è un’immagine che sintetizza Como‑Napoli: il pallone che rimbalza sul palo di Politano all’84’, sospeso tra rimpianto e sollievo. È il simbolo di una partita che non ha trovato un padrone, ma che ha detto molto sul momento delle due squadre. Da un lato il Napoli, che esce dal Sinigaglia con un punto pesante più di quanto sembri. Dall’altro il Como, brillante per un’ora ma incapace di trasformare la propria supremazia in un colpo da grande squadra.

La fotografia tattica è chiara: Fabregas ha provato a vincerla, Conte ha provato a non perderla. E alla fine, paradossalmente, entrambi hanno avuto ragione a metà.

Il Como ha giocato un primo tempo di grande personalità, forse uno dei migliori della gestione Fabregas. L’attacco a quattro stelle — Diao, Paz, Baturina, Douvikas — ha funzionato, ha creato, ha messo in difficoltà un Napoli che ha scelto deliberatamente di abbassarsi. Ma quando ti presenti due volte davanti al portiere e non segni, il conto arriva sempre.

Paz è stato il vero ago della bilancia: due “scippi” da manuale, prima su McTominay poi su Lobotka, che hanno spalancato la porta a Douvikas e Diao. Occasioni enormi, da trasformare senza pensarci. Invece il greco si è fatto murare da Rrahmani, il senegalese ha calciato addosso a Milinkovic‑Savic. Due errori che hanno cambiato la partita più di qualsiasi scelta tattica.

Fabregas ha ragione quando dice che non è più tempo di esperimenti: il Como oggi ha un’identità precisa. Ma per diventare una grande, serve cinismo. E quello, per ora, manca.

Il Napoli non ha brillato, anzi. Per lunghi tratti è sembrato quasi rassegnato a subire il palleggio del Como. Ma Conte non è tipo da farsi giudicare dall’estetica: il suo obiettivo era uscire dal Sinigaglia con qualcosa in tasca, e ci è riuscito.

La scelta di confermare l’impianto visto contro la Cremonese — con Alisson e De Bruyne alle spalle di Hojlund — aveva un senso, ma il belga è apparso spento, fuori ritmo. L’ingresso di Anguissa ha cambiato l’inerzia: McTominay ha alzato il baricentro, il Napoli ha iniziato a respirare e, nel finale, ha avuto le due occasioni migliori della ripresa.

Prima lo scozzese, che spreca un contropiede da manuale. Poi Politano, che con quel sinistro a giro ha fatto tremare non solo il palo, ma anche le ambizioni del Como.

Conte non batte Fabregas per la quarta volta di fila, ma stavolta il pareggio ha un sapore diverso: è un punto che avvicina la Champions e tiene a distanza una diretta concorrente.

Il Napoli resta a +8 sul Como, un margine che — in un campionato così disordinato — vale oro. La Roma potrebbe riportarsi a -6, ma la distanza resta gestibile. Per il Como, invece, è un’occasione persa: domani la Juve può tornare a +5 e la sensazione è che Fabregas abbia lasciato per strada una chance enorme.

E poi c’è l’Inter: niente festa anticipata. Chivu dovrà almeno pareggiare col Parma per chiudere il discorso scudetto. Un dettaglio, ma anche questo figlio del pareggio del Sinigaglia.

Questa gara racconta due squadre in momenti diversi della loro crescita. Il Como è brillante, coraggioso, moderno, ma ancora troppo leggero nei momenti decisivi. Il Napoli è meno scintillante, più pragmatico, più “contiano”: soffre, stringe i denti, e alla fine porta a casa ciò che gli serve.

Non è stata una gara spettacolare, ma è stata una gara vera. E nella corsa Champions, spesso, sono proprio queste le partite che fanno la differenza. Alla prossima.

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