Il giorno dopo la sconfitta con la Lazio resta un’immagine nitida: un Napoli scarico, svuotato, incapace di trasformare il dominio del pallone in qualcosa che somigliasse a un’idea di calcio. Una squadra che ha tenuto il 70% del possesso senza mai centrare la porta, che ha battuto 12 calci d’angolo senza ricavarne un tiro pericoloso, che ha attaccato per novanta minuti senza trovare un varco. Numeri che raccontano più di mille analisi: il blackout è stato totale.

L’allenatore non si nasconde. Ammette che la squadra è arrivata alla partita svuotata, più nella testa che nelle gambe. Il pareggio di Parma, vissuto come un’occasione mancata, ha lasciato scorie profonde. La vittoria dell’Inter, arrivata poche ore dopo, ha completato l’opera, togliendo ossigeno mentale a un gruppo che già viveva di rincorsa.

La matematica teneva ancora aperta la porta Champions, ma la testa no. E questo, nel calcio di oggi, pesa più di qualsiasi condizione atletica.

Il tecnico si assume la responsabilità: forse avrebbe dovuto “pungolare” di più la squadra, trovare corde motivazionali diverse. Ma la verità è che ieri il Napoli non aveva benzina emotiva. E quando manca quella, anche le idee si sporcano, i passaggi si allungano, gli spazi non si vedono più.

Non c’è stata sorpresa tattica. La Lazio ha fatto esattamente ciò che il Napoli si aspettava: blocco basso, linee strette, ripartenze. Ma gli azzurri non hanno avuto lucidità per scardinare quel muro. La palla girava, ma senza ritmo. Il possesso era sterile, quasi ipnotico. Una squadra che attacca per inerzia, non per convinzione.

E quando l’allenatore dice che “potevamo attaccare per due giorni e non avremmo segnato”, non è una provocazione: è la fotografia fedele della serata.

Poi c’è il capitolo più spinoso: le voci, le polemiche, gli articoli sul futuro dell’allenatore e sul presunto “svecchiamento” della rosa. Un déjà-vu rispetto alla scorsa stagione, che il tecnico vive come un’ingiustizia e una mancanza di rispetto verso chi ha scritto pagine importanti della storia recente del club.

Il messaggio è chiaro: Napoli è una piazza che sa essere meravigliosa, ma anche autolesionista. E quando l’ambiente si divide, la squadra ne paga il prezzo. “Perché farci male da soli?”, chiede l’allenatore. Una domanda che pesa come un’accusa, ma anche come un appello all’unità.

Nessun capro espiatorio. Nessun reparto sotto accusa. Il tecnico lo ribadisce: si difende e si attacca in undici. E ieri, in undici, il Napoli non è mai entrato in partita. Un blackout totale, uno di quelli che capitano, ma che in questo momento della stagione rischiano di costare carissimo.

Il discorso finale è pragmatico: la Champions non è solo prestigio sportivo, è anche ossigeno economico. Circa 70 milioni che il club non può permettersi di perdere. Per questo serve resettare, ripartire, ritrovare energie e concentrazione.

Domani riposo, lunedì si ricomincia. Cinque partite per salvare una stagione che rischia di scivolare via tra rimpianti, stanchezza e rumore di fondo.

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