Il Napoli torna da Verona con tre punti che pesano più della prestazione, in una serata che racconta molto delle fragilità degli azzurri ma anche della loro capacità – quasi istintiva – di restare aggrappati alle partite quando tutto sembra scivolare via. Non è stata una vittoria brillante, né convincente, ma è stata una vittoria che dice qualcosa: questo Napoli, pur lontano dall’eleganza e dalla sicurezza dei giorni migliori, ha ancora dentro di sé un residuo di ferocia competitiva. E quel residuo, stavolta, ha il volto di Romelu Lukaku.

La squadra di Conte ha mostrato limiti evidenti: ritmo basso, idee confuse, poca intensità. Il vantaggio immediato di Hojlund – un colpo di testa chirurgico al 3’ – avrebbe potuto indirizzare la gara verso un pomeriggio sereno, ma così non è stato.

Il Napoli ha smesso presto di comandare il gioco, lasciando campo a un Verona che, pur ultimo, ha interpretato la partita con coraggio, ordine e una dose di orgoglio che ha messo in difficoltà gli azzurri. La manovra partenopea è apparsa lenta, prevedibile, spesso imprecisa. E quando la squadra di Conte si spegne, lo fa di colpo.

L’Hellas ha giocato con la disperazione lucida di chi non ha più nulla da perdere. Ha sofferto, sì, ma ha anche costruito, pressato, creduto. Il pareggio di Akpa Akpro al 65’ – un tiro deviato proprio da Hojlund – è stato il premio a una ripresa giocata con personalità.

La squadra di Sammarco non ha mai dato l’impressione di essere inferiore sul piano dell’energia e dell’agonismo. E se c’è una beffa, in questa serata, è tutta loro: uscire senza punti dopo una prova così matura pesa come un macigno.

Poi, quando la partita sembrava destinata a un 1-1 che avrebbe aperto più interrogativi che soluzioni, è arrivato lui. Lukaku.

Un sinistro sporco, rabbioso, liberatorio al 96’, su cross di Giovane. Non un capolavoro tecnico, ma un gesto da attaccante che sente l’odore del sangue. Un gol che non segnava da 281 giorni, un gol che forse non cambia la stagione, ma cambia la percezione del suo ruolo in questo Napoli.

Perché Lukaku non è ancora il trascinatore che ci si aspettava, ma questo gol – arrivato nel momento più fragile della squadra – può essere un punto di svolta psicologico, per lui e per l’ambiente.

Il Napoli resta terzo, e questo è un dato importante. Ma la prestazione non può essere ignorata. Ci sono almeno tre nodi che la gara del Bentegodi ha messo in evidenza:

La squadra fatica a mantenere intensità per 90 minuti, e quando cala, lo fa in modo verticale. La costruzione del gioco è intermittente, troppo legata a iniziative individuali. La gestione emotiva è fragile, come dimostrano le proteste, i cartellini e la difficoltà a reagire dopo il pareggio.Conte porta a casa la vittoria, ma sa bene che così non basta. La corsa Champions richiede continuità, identità, e soprattutto una squadra che non si sciolga alla prima difficoltà.

Questa gara non dice che il Napoli è guarito. Dice, piuttosto, che è vivo. Che ha ancora giocatori capaci di cambiare il destino di una gara in un lampo. Ma vivere di lampi non può essere un progetto.La vittoria è preziosa, ma non deve illudere: il Napoli ha bisogno di ritrovare un’idea, una struttura, una convinzione collettiva. Lukaku ha acceso una scintilla, ma ora serve il fuoco. Alla prossima.

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