Il successo di Cagliari consegna al Napoli tre punti che pesano più della prestazione. La rete immediata di McTominay, arrivata dopo appena due minuti, ha indirizzato una partita che gli azzurri non sono mai riusciti davvero a controllare. Eppure, paradossalmente, è proprio questo il dato che racconta meglio il momento della squadra di Conte: cinica quanto basta, solida quel tanto che serve, ma ancora lontana dall’essere una macchina da vertice.

Il Napoli sale al secondo posto, scavalca il Milan e si porta a sei lunghezze dall’Inter. Numeri che parlano chiaro: la classifica dice che la corsa scudetto non è affatto chiusa. Ma il campo, almeno quello dell’Unipol Domus, racconta un’altra storia. Una squadra che segna subito e poi si limita a gestire, sbagliando molto e concedendo troppo, non può ancora definirsi una pretendente credibile al titolo. Conte lo sa, e infatti non ha mai smesso di agitarsi in panchina.

Dall’altra parte c’è un Cagliari che continua a scivolare. Sette partite senza vittoria, un attacco che non tira mai in porta e una tifoseria che, prima protesta restando fuori, poi fischia restando dentro. È il segnale di una frattura che si sta allargando: la squadra non dà risposte, il pubblico non vede spiragli, e la classifica torna a far paura.

Il dato più inquietante non è il gol subito dopo un corner regalato, ma l’incapacità di costruire un’occasione vera in novanta minuti. Non è solo una questione di qualità: è una questione di identità. Il Cagliari sembra aver smarrito quella compattezza che a inizio anno aveva permesso di respirare. Ora la zona rossa è a sei punti, e la sensazione è che la squadra di Pisacane stia scivolando senza riuscire a frenare. Alla fine il Napoli vince a Cagliari e si porta al secondo posto. Una notizia che, letta così, sembra quasi il preludio a un’epopea epica, un ritorno alla grandezza, un Conte che arringa la folla come un generale romano. Poi però uno si ricorda la partita, e capisce che la vera impresa è stata… restare svegli. Alla prossima.

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