Ci sono partite che si perdono per limiti tecnici, altre per inferiorità tattica. E poi ci sono gare come Atalanta‑Napoli, dove la sensazione – forte, palpabile – è che il risultato finale sia stato indirizzato da episodi e decisioni arbitrali che hanno inciso ben oltre il lecito. Il 2-1 di Bergamo racconta una rimonta nerazzurra, ma non dice tutto: non dice, soprattutto, quanto il Napoli abbia avuto la partita in mano e quanto sia stato frenato da valutazioni discutibili di Chiffi e del Var.
La squadra di Conte parte con personalità: Hojlund al centro, Alisson e Vergara a supporto, e un atteggiamento che mette subito in difficoltà un’Atalanta priva di Ederson e costretta a reinventarsi con Pasalic accanto a De Roon. Il gol di Beukema, su punizione deliziosa di Gutierrez, è la fotografia di un Napoli lucido e cinico, capace di sfruttare una difesa bergamasca sorprendentemente distratta.
Poi, però, arriva il primo episodio che cambia l’inerzia. Il rigore assegnato per il contatto Hojlund‑Hien sembra netto in presa diretta. Chiffi indica il dischetto, ammonisce il difensore, ma il Var richiama l’arbitro e tutto viene cancellato. Un’inversione totale, che lascia più di un dubbio: il contatto c’è, la dinamica è chiara, e soprattutto non è compito del Var giudicare l’intensità. Conte protesta, e come dargli torto. Il Napoli va al riposo avanti, ma con la sensazione di aver subito un torto pesante.
Passano appena 25 secondi dalla ripartenza e il Napoli trova il raddoppio: Hojlund brucia Hien, serve Gutierrez e il 2-0 sembra cosa fatta. Ma ancora una volta Chiffi annulla, ravvisando una trattenuta dell’attaccante danese. Anche qui, interpretazione molto severa: un contatto minimo, di quelli che in area si vedono a decine e che raramente portano a un fischio, figuriamoci a un gol annullato.
Due episodi, due decisioni contro, due momenti che avrebbero potuto indirizzare la gara in modo completamente diverso.
Palladino cambia volto alla squadra inserendo Bernasconi e Scamacca, e l’Atalanta cresce. Il pareggio di Pasalic è il frutto di una squadra che ci crede, ma anche di un Napoli che inevitabilmente accusa il contraccolpo psicologico. Il sorpasso di Samardzic all’81’ chiude una ripresa in cui la Dea ha avuto più continuità, ma resta la sensazione che il Napoli sia stato costretto a rincorrere una partita che aveva già fatto sua due volte.
Conte chiude con un assetto ultra‑offensivo, prova a rimetterla in piedi, ma il finale non cambia. Eppure, al di là del punteggio, resta un dato: il Napoli non meritava di uscire da Bergamo senza punti. Non per il gioco, non per l’atteggiamento, e non per quanto costruito. Ma soprattutto perché due decisioni arbitrali – entrambe determinanti – hanno tolto agli azzurri ciò che si erano guadagnati sul campo.
In una corsa Champions così serrata, dove cinque squadre sono racchiuse in cinque punti, episodi del genere rischiano di pesare come macigni. Il Napoli resta terzo, ma con l’amaro in bocca di chi sa di aver perso una gara che non doveva perdere. Alla prossima.
