Una prestazione di carattere, costruita in condizioni estreme, ma che non basta a evitare l’eliminazione. Nel dopo‑gara il tecnico del Napoli mette in fila emozioni, rammarichi e consapevolezze, sottolineando come la sfida contro il Chelsea sia stata decisa soprattutto dalla diversa capacità di sfruttare le occasioni.

Secondo l’allenatore, la squadra avrebbe potuto incidere di più nell’ultimo tratto di campo, migliorando scelte, qualità dei cross e precisione sotto porta. Un peccato, perché la prova complessiva – contro un avversario reduce dal titolo mondiale per club e con una rosa profondissima – è stata definita “importante sotto ogni punto di vista”.

Il contesto, del resto, era proibitivo: appena dieci giocatori di movimento disponibili, tre in panchina, con Lukaku ancora lontano dalla condizione e cambi ridotti al minimo. Una situazione che, a detta del tecnico, avrebbe potuto generare una figuraccia, ma che invece ha esaltato lo spirito del gruppo. Non manca una stoccata al calendario: giocare di nuovo dopo poco più di due giorni, contro la Fiorentina, viene definita una scelta “difficile da comprendere”.

Tra le note liete spicca Vergara, giovane arrivato in estate e cresciuto rapidamente grazie al lavoro quotidiano. Il tecnico riconosce che, con Anguissa e De Bruyne disponibili, le gerarchie sarebbero state diverse, ma sottolinea come il ragazzo stia rispondendo con maturità e applicazione. L’invito è a restare con i piedi per terra, perché il percorso è appena iniziato e la squadra avrà ancora bisogno di lui.

L’orgoglio per la prestazione è evidente: “C’era il rischio di fare una brutta figura”, ammette l’allenatore, convinto che con un pizzico di precisione in più il risultato sarebbe stato diverso. La sconfitta viene definita “bugiarda”.

Alla domanda sul momento in cui è sfumata la qualificazione, il tecnico non ha dubbi: la partita di Copenaghen. Un primo tempo dominato, il vantaggio, la superiorità numerica, poi l’inspiegabile calo che ha rimesso in corsa gli avversari. Un episodio che, secondo lui, ha pesato come un macigno sull’intero percorso europeo.

La Champions resta una competizione affascinante, nella quale – sostiene – il Napoli ha dimostrato di poter stare. Ora l’obiettivo diventa tornare a qualificarsi attraverso il campionato, un compito tutt’altro che semplice.

Il tecnico non si nasconde: quando c’è un insuccesso, le cause sono molteplici. Alcune imputabili alla squadra, altre inevitabili, come la lunga lista di infortuni che ha privato il Napoli di 10‑12 giocatori. Insistere su ciò che manca, però, sarebbe solo una perdita di energie. Piuttosto, il merito va a chi è rimasto in piedi, un gruppo ristretto che ha saputo crescere, cementarsi e tenere la squadra competitiva nonostante tutto.

Il Napoli esce contro una squadra superiore, ma il tecnico non nasconde l’amarezza: le prestazioni contro Chelsea e nel primo tempo di Copenaghen avrebbero meritato un destino diverso. Il vero limite, però, è numerico: con 12‑13 giocatori realmente disponibili, andare avanti in Champions diventa quasi impossibile.

La rosa iniziale, ricorda l’allenatore, era costruita per ben altro livello di profondità. Eppure, grazie alla crescita del gruppo, il Napoli è riuscito a restare competitivo più di quanto fosse lecito aspettarsi. “Chi riuscirebbe a tenere la barra dritta in queste condizioni? Nessuno”, chiosa.

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