C’è qualcosa di profondamente emotivo nell’ultima al Maradona. Non è solo un 1-0, non è solo un secondo posto blindato: è la sensazione di un ciclo che prova a rinascere, di una squadra che — pur ferita, stanca, acciaccata — trova ancora il modo di stringersi, di reagire, di dire noi ci siamo.

Il gol di Hojlund, al 24’, non è semplicemente una rete: è un lampo che accende lo stadio, un gesto che sembra quasi liberatorio. Dodici gol in campionato, sì, ma soprattutto la sensazione che questo ragazzo abbia imparato a prendersi responsabilità, a caricarsi addosso un pezzo di Napoli. E quando la palla gli arriva da De Bruyne, entrato per necessità dopo l’infortunio di Alisson Santos, sembra quasi un passaggio di consegne emotivo: il campione che illumina, il giovane che finalizza.

Ma la serata non è tutta luce. Gli infortuni di Alisson Santos e Lobotka fanno male, più del previsto. Non solo per ciò che tolgono alla partita, ma per ciò che ricordano: che questa squadra ha corso, ha lottato, ha dato tutto, forse anche oltre il limite. E quando vedi due pilastri uscire così, uno dopo l’altro, senti un nodo allo stomaco. Perché il calcio è anche fragilità, e certe immagini restano.

L’Udinese gioca con dignità, con coraggio, con quella intensità che l’ha portata a un decimo posto più che meritato. Ma l’espulsione di Kabasele spezza l’equilibrio emotivo del match: da lì in poi è un’altra partita, più aperta, più istintiva, quasi caotica. Il Napoli sfiora il raddoppio, McTominay spreca, il Maradona sospira.

E poi, nel finale, l’ingresso di Contini. Un dettaglio, forse. Ma il calcio vive di dettagli che diventano simboli. È come se Conte avesse voluto dire: questa è la nostra famiglia, ognuno avrà il suo momento. E il pubblico lo capisce, lo sente, lo applaude. Alla prossima!

Potrebbe interessarti anche:

Altre dell'autore